Luca Mercalli, perché nevica nel sud Italia, ma non sulle Dolomiti?

Ieri a Trento si è svolta la prima lezione della quinta edizione del Master in Gestione dei Beni Naturali, un progetto della Rete della Formazione e della Ricerca Scientifica della Fondazione Dolomiti UNESCO, realizzato da TSM – Trentino School of Management e step – Scuola per il governo del territorio e del paesaggio.

Alla prima lezione era presente, in qualità di docente, il meteorologo Luca Mercalli.

Abbiamo avuto l’occasione di conoscere Mercalli durante la serata ‘Montagne, sentinelle del clima che cambia’ organizzata dalla Fondazione lo scorso ottobre a Belluno all’interno della rassegna cultura ‘Oltre le Vette’. Oggi, vi proponiamo una recente intervista rilasciata dal meteorologo alla rivista online Greenme.it. Al centro del dibattito la domanda: perché nevica nel sud Italia, ma non sulle Dolomiti?

L’articolo originale è disponibile sulla rivista online Greenme.it ed è a firma di Roberta De Carolis.


 

Come si spiega il gelo improvviso di questi giorni?
Si spiega con il flusso di aria artica che è arrivata attraverso i Balcani e che regolarmente, ogni 4-5 anni, colpisce le nostre regioni adriatiche, le più esposte ai flussi di aria fredda di origine continentale-siberiana. Tale flusso, regolarmente, fa il suo affondo verso la Grecia, toccando quindi tutte le zone appenniniche fino alle spiagge della Puglia.


 

Perché non ha nevicato in Valle D’Aosta, mentre c’è neve sul mare in Puglia?
Questo dipende dalla particolare conformazione di provenienza del freddo, che, essendo di matrice artica, è arrivato dalla zona orientale dell’Italia (Adriatico e Balcani), e che ha dunque interessato le regioni dalle Marche alla Puglia, passando per la Basilicata.

Per avere neve sulle Alpi, abbiamo bisogno generalmente di un’altra conformazione metereologica, che porti umidità dal Tirreno, comunque dal Mediterraneo, quindi con flusso contrario, da Sud verso le Alpi.

Questo è avvenuto ad esempio a fine novembre, durante la disastrosa alluvione che ha colpito quelle regioni. Ma a novembre faceva ancora troppo caldo, e quindi la neve si è accumulata solo sopra quota 2000 metri, e non ha interessato le Dolomiti ma solo le Alpi occidentali.

Dopo non ci sono state più altre perturbazioni da Sud, e per questo le Dolomiti sono rimaste a secco, mentre dalla Valle D’Aosta alle Alpi Marittime c’è ancora la neve caduta nel corso dell’alluvione di fine novembre a quota superiore a 2000 metri.


 

Quali danni possono provocare queste ondate di gelo e neve?
Queste ondate ci sono sempre state, non sono niente di particolare ora. Oggi abbiamo delle strutture sociali con infrastrutture più sensibili e complesse (energia, trasporti) e, non ultima, una scarsa reattività delle persone che, sempre più abituate e vivere in ambienti a clima controllato (casa, ufficio, supermercato, automobile con il climatizzatore), sono sempre meno avvezze a confrontarsi con il mondo fisico reale. In poche parole basta “un niente” per trovarsi improvvisamente nell’emergenza.

Invece con le previsioni meteorologiche oggi è possibile prepararsi in anticipo, almeno di due-tre giorni. Si sapeva che il freddo e la neve sarebbero giunti. È ovvio che i disagi ci sono, perché la neve non si può togliere in maniera immediata, però ci si può preparare, magari evitando di mettersi in viaggio. E comunque avere le catene in macchina può aiutare a risolvere molti problemi quotidiani.


 

Perché questa ondata di gelo non smentisce l’aumento delle temperature sul Pianeta?
Intanto perché parliamo di Pianeta e non di una piccolissima porzione di geografia globale rappresentata dalle regioni italiane. Ricordiamoci che l’aggettivo ‘globale’ ha un senso. Quello che conta è la tendenza all’aumento della temperatura sull’intero pianeta. In effetti il 2016 è stato l’anno più caldo della storia, che ha superato il 2015 che ha superato il 2014, cosa che dimostra una sequenza di riscaldamento planetario.

Inoltre non si giudicano mai i singoli episodi, che possono avere la durata di qualche giorno. Lo stesso dato italiano, a fine anno, potrebbe essere completamente diverso: non è un’ondata di freddo a cambiare la tendenza di un’intera annata (questa sarà valutata alla fine).

Sono episodi che possono rientrare nella variabilità climatica. Teniamo conto che questo episodio di freddo non è un eccezionalità, non è un fenomeno mai visto, perché situazioni simili si sono già verificate in passato.

Quello che dovremmo verificare è l’eventuale cambiamento di frequenza, non l’intensità, perché per il momento non abbiamo superato dei record di freddo. All’interno della variabilità del clima alcuni periodi di freddo sono normali. Il fatto che il riscaldamento globale alteri la circolazione atmosferica generale determinerà altre variazioni, che però ora sono difficili da prevedere.


 

Quindi anche il fatto che il Niño sia stato particolarmente intenso negli ultimi anni non smentisce il gelo di questi giorni…
ll Niño (fenomeno climatico periodico che provoca un forte riscaldamento delle acque dell’Oceano Pacifico Centro-Meridionale e Orientale, N.d.R.) è un fenomeno di dimensioni enormi, che interessa praticamente tutto l’Oceano Pacifico, quindi, ancora una volta, è una scala molto diversa rispetto all’ondata di freddo che interessa Adriatico e Balcani.

Stiamo parlando di un fenomeno che ha una sua ricorrenza e che comporta un anomalo riscaldamento delle acque superficiali dell’Oceano Pacifico. C’è stato in effetti un forte episodio negli scorsi anni che si sta esaurendo in questi mesi e che ha accentuato il riscaldamento dovuto ai gas ad effetto serra in atmosfera.


 

Perché non si parla adeguatamente dei cambiamenti climatici? Quanto è importante parlarne usando i termini giusti?
Il problema dei cambiamenti climatici è molto complesso e quindi esige una comunicazione rigorosa. Proprio per questo motivo ha bisogno di tempo e approfondimento. Oggi invece l’informazione è schizofrenica, rapida, e non permette quasi mai di scendere nei dettagli.

Si riesce comunque a comunicare l’indispensabile quando si dice che il problema è analizzato dai più importanti istituti di ricerca scientifica del mondo (nel 1988 è nato il Comitato Intergovernativo sui cambiamenti climatici), e che ormai ci sono degli accordi internazionali che prevedono sia importante ridurre gli impatti delle attività umane sul clima.

Detto questo, abbiamo tutta l’autorevolezza del caso per spazzare via i dubbi che purtroppo si continuano a sentire sui cambiamenti climatici (forse non sono veri, forse l’uomo non c’entra, tutte bufale, etc.). I cambiamenti climatici sono ormai sanciti dalle più alte autorità scientifiche e governative del mondo.

Ma a questo punto si tratta di agire: comunicare il senso di urgenza, perché, più si aspetta, più i problemi si ingigantiranno nei prossimi anni, e sarà difficilissimo porvi rimedio, e mettere in pratica le soluzioni (utilizzo energie rinnovabili, riduzione degli sprechi, miglioramento dell’efficienza energetica, riduzione dei rifiuti e dei consumi), che potranno, se applicate con rapidità e incisività, portarci fuori dall’area di rischio dell’aumento di temperatura nei prossimi decenni.

Tuttavia non sembra che questa informazione raccolga l’interesse e sia una priorità né per la politica, né per la società. Viene in effetti trattata come una delle tante notizie che possono più o meno interessare. E invece dovrebbe essere quella principale, perché i cambiamenti climatici ora hanno “sintomi” modesti, ma quando diventeranno più severi e potenzialmente devastanti, non sarà più possibile porvi rimedio.


 

Cosa ci può salvare da queste nere prospettive?
Prima di tutto ci vuole consapevolezza: i cambiamenti climatici sono un problema che va esplorato prima di tutto nella testa. Bisogna capire il nostro posto di società umana e il nostro rapporto con la natura.

L’ha detto persino Papa Francesco nell’Enciclica ‘Laudato si’’, documento straordinario di tipo scientifico, perché recepisce gli allarmi della scienza conditi con quelli di tipo etico, a loro volta incentrati su quello che l’uomo dovrebbe fare per ridurre i suoi impatti sull’ambiente.

Una volta che si è percepita la dimensione del problema, abbiamo tante azioni quotidiane da fare per risolverlo. Ciascuno di noi dovrebbe interrogarsi su cosa fa ogni giorno, dall’utilizzo delle energie rinnovabili anche a casa propria, a come usa i trasporti, che materiali tratta ogni giorno nella vita quotidiana, quanti rifiuti produce, le scelte sugli oggetti che compra.

Sono tantissimi gli argomenti che portano a consumare, e quindi ad inquinare il nostro Pianeta.

 

Fonte: Dolomitiunesco.info

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Author: Orsola1

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