«Falco», nessun colpevole. Dopo quasi quattro anni il giudice archivia il caso

E’ stata archiviata senza colpe per nessuno la vicenda sull’elicottero del Suem di Pieve di Cadore, il «Falco», che precipitò il 22 agosto 2009 contro i cavi della media tensione elettrica a Rio Gere, nella conca ampezzana. La speranza di «rendere giustizia» all’equipaggio è stata dunque archiviata. A bordo c’erano il pilota Dario De Felip, l’assistente Marco Zago, il medico Fabrizio Spaziani e il tecnico del Soccorso Alpino Stefano Da Forno, che persero la vita a causa dello schianto. Da allora non c’è missione che il Suem 118 e il Soccorso Alpino non facciano pensando a loro e all’irrisolta questione degli «ostacoli al volo». Già, perché una legge regionale è finalmente stata approvata e adesso la commissione che deve curarne gli aspetti tecnici si è già incontrata tre volte per stilare il regolamento e per formare l’archivio informatico di cavi, teleferiche e quant’altro possa impedire il volo sicuro a bassa quota.

Il giudice dell’udienza preliminare Giorgio Cozzarini ha sciolto la riserva sulla terza richiesta di archiviazione ieri. Il gup non ravvisa responsabilità penali nè per il pilota, nè dei cavi della media tensione che hanno, di fatto, tranciato il rotore di Falco. Nessuna responsabilità nemmeno per l’azienda sanitaria e per il gestore dell’elicottero, Inaer. Il gup scrive che i cavi si trovavano a quell’altezza compatibilmente con la norma all’epoca in vigore. Una norma che, grazie alla tenacia del Soccorso alpino e del Suem, è stata corretta con un intervento legislativo regionale, votato alla fine di maggio dello scorso anno. Il Soccorso Alpino ha accolto con un giudizio bipolare l’archiviazione del fascicolo. Da un lato «è importante che sia stato ribadito con estrema chiarezza e determinazione, senza lasciar adito a dubbi o ambiguità di sorta, il fatto che in capo al pilota non vi sia stata responsabilità alcuna per quanto occorso in quel drammatico 22 agosto 2009», commenta Fabio «Rufus» Bristot, delegato del Soccorso alpino delle Dolomiti Bellunesi. Dall’altro però c’è la rabbia per non aver individuato quello che veniva considerato il vero colpevole: i cavi della media tensione.

Le parole di Bristot sono chiare: «Deve invece essere ricordato senza riserve mentali come lo Stato, proprio perché quei cavi di media tensione posti ad oltre 50 metri dal piano di campagna non erano segnalati nè lo sono tutt’ora, sia ancora del tutto latitante. Quello Stato che, diversamente con propria specifica disciplina, cioè con leggi e norme severe, dovrebbe tutelare quanti lavorano a bordo degli elicotteri, effettuando migliaia di missioni all’anno per salvare altrettante persone. Uno Stato – continua il delegato – come sempre inadeguato ed in colpevole ritardo sui paradigmi della sicurezza, pronto a strapparsi le vesti all’indomani dell’ennesima tragedia ed altrettanto veloce, però, ad assopirsi nel consueto torpore pochi giorni dopo, quanto la pubblica opinione inizia a dimenticarsi di quanto successo, ma non già i famigliari e chi garantisce quei servizi ogni giorno». Per il Suem 118 il primario Giovanni Cipolotti ricorda solo che «come l’elisoccorso in montagna è cosa assai pericolosa, noi stiamo lavorando perché la famosa legge sugli ostacoli al volo diventi una realtà. La Commissione si è riunita già tre volte». Sul tavolo c’è il regolamento e l’archivio informatico dei cavi, dei tralicci e di tutto ciò impedisce un volo sicuro. I legali delle famiglie delle vittime non commentano e aspettano di leggere le motivazioni prima di esprimersi sul merito delle decisioni.

di Federica Fant

Fonte: Corrieredelveneto.corriere.it

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Author: NC staff

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