Il mistero della divinità invocata a Lagole nell’età del ferro

14013_889143241109510_7320474219027310282_nA cura di Eugenio Padovan

La ripresa delle indagini nel Santuario di Lagole, avvenuta alla fine dello scorso mese di agosto, a distanza di oltre 65 anni da i primi interventi e grandi scoperte di Giovan Battista Frescura ed Enrico De Lotto, che ha fornito ottimi risultati con la scoperta di un piccolo tratto di canaletta, d’epoca romana, per il deflusso delle acque curative che ancor oggi connotano questo stupendo angolo del Cadore centrale sotto forma di polle sorgive che escono copiose dal sottosuolo, ha fatto tornare d’attualità e al centro del dibattito culturale sia la sua strutturazione insieme al mistero, la natura e il popolo di appartenenza della divinità ivi invocata e adorata, nell’età del ferro.

Tenuto presente, come nel periodo romano, il dio venerato fosse Apollo. Volendo essere perentori e allo stesso tempo onesti intellettualmente, non possiamo tralasciare le conclusioni alle quali erano giunti, decenni fa, studiosi locali come Enrico De Lotto, quando nel 1961 nella pubblicazione “ Una divinità sanante a Lagole “ inserì la foto di una statua a tre teste con chiaro riferimento alla lamina bronzea anch’essa raffigurante tre teste femminili sbalzate, ritrovata nel corso delle indagini archeologiche degli anni 40/50. In questa direzione converge, sempre in quegli anni ed anche successivamente, il linguista dell’Università di Padova, Giovan Battista Pellegrini con il volume “Il museo archeologico cadorino e il Cadore preromano e romano “ del 1991 e altri studiosi di lingue antiche come Lejeune e Beeler.

Tuttavia il Pellegrini argomenta per la divinità di Lagole una Trumusicatei /Trubusiati presente nelle iscrizioni della stipe votiva con la definizione Teuta, (comunità) da attribuire all’universo celtico come il toponimo Cadore che discenderebbe da Catubriga (identificato come il colle della battaglia o oppido, insediamento fortificato celtico posto sul Monte Ricco (attestato, oltre che dagli studi linguistici, anche con la scoperta nel 2010, da parte del sottoscritto, di alcuni frammenti ceramici dell’età del bronzo, a Pieve di Cadore, nelle adiacenze della Casa del Sommo pittore Tiziano Vecellio). E dunque, come ritiene Daniele Vitali, uno dei maggiori studiosi italiani dei Celti nella pubblicazione “Luoghi di culto e santuari celtici in Italia” citando Chirassi Colombo “ tutto ciò si collega direttamente con il mondo celtico”. In quest’opuscolo è inserita l’immagine di un bassorilievo di Varallo Sesia, che rappresenta una figura con tre teste ed anche un efficace passo che riportiamo integramente nel quale si afferma, sempre a proposito della presenza dei Celti “come sia oramai assodato dopo lo studio e il commento storico delle attestazioni epigrafiche venetiche fatti da Aldo Luigi Prosdocimi e Anna Marinetti, è proprio in area venetica che si hanno le prove più visibili della precoce integrazione etnica tra Celti e Veneti un fenomeno che da V sec.a.C. continua sostanzialmente fino all’età romana. Nulla di strano dunque che in una situazione di contiguità e di coesistenza anche alcuni santuari rivelino una frequentazione multietnica”.

Altra prova, riscontrata sempre in terra cadorina, che dimostra questa coesistenza, stavolta tra Reti e Veneti, viene dalle analisi stratigrafiche effettuate, circa dieci anni fa, davanti al Gran Caffè Tiziano di Pieve, laddove oltre ad una iscrizione venetica graffita in un piccolo osso di volatile, fu rinvenuto anche notevole frammento di ceramica Fritzens –Sanzeno; datata al V sec. a.C. , da annettere alla civiltà retica .Ebbe sulla scorta di tutta questa serie di scoperte ed elementi da svelare; da Lagole a Pieve e non solo, siamo di fronte ad una realtà archeologica cadorina, ricca e affascinante con molte ricerche studi, confronti, scambi, da sviluppare con relazioni culturali soprattutto in ambiti nord-alpini ma anche di pianura.

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Author: Marta De Zolt

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