Gli usi e i costumi dei popoli montani nel forte recuperato

Annunciando una lista per le comunali 2017 a Pieve di Cadore, Andrea Gracis rilancia l’idea di un museo diverso da tanti

«Il recupero e la prossima inaugurazione del forte di Monte Ricco, a Pieve di Cadore, è una gran bella notizia. Finalmente potrà vedere la luce, in questo modo, anche il mio progetto di “Museo dei popoli di montagna” che ho lanciato ancora nel 2004».
Andrea Gracis, appassionato collezionista d’arte e di professione importatore di pezzi pregiati orientali per l’arredo, guarda avanti. Il suo museo finalmente potrà avere una sede, se tutto andrà secondo le aspettative. Non solo.

Questo progetto diventerà uno dei punti programmatici di una lista civica che verrà presentata nei prossimi giorni a Pieve in vista delle Amministrative e che punta a governare con un occhio particolare dedicato alla cultura ed alle radici storiche del Cadore. «Della lista fanno parte un gruppetto di venti giovani», spiega Gracis, «e hanno chiesto una mano anche a me ed a qualche altra persona, diciamo, più esperta. Ho messo a disposizione tutta la mia esperienza ed i miei contatti perché in questi giovani vedo una voglia di darsi da fare davvero encomiabile.

Questa è l’ultima chance che abbiamo per cambiare davvero il nostro paese e poter rimanere a vivere qui, mi hanno detto. Come non rispondere all’appello?».

Di più su questa lista civica Gracis non dice; recupera invece il progetto di “Museo dei popoli di montagna” a cui è particolarmente legato. «Dopo il restauro e la gestione affidata alla Fondazione Tiziano ed alla Fondazione del Museo dell’occhiale», spiega, «ci proponiamo in collaborazione per poter sfruttare al meglio gli spazi del forte e poterlo far diventare un polo attrattivo dal punto di vista del turismo. I musei della montagna di Reinhold Messner, con il quale abbiamo in atto una collaborazione molto proficua, dimostrano che la gente si sposta in massa per vedere musei dall’alto contenuto storico-culturale. Perché Pieve non deve sfruttare questa occasione?».

Come nasce il progetto? «L’idea è quella di allestire un luogo dove incontrare tutti i popoli delle terre alte del mondo. Non un contenitore di oggetti, ma un itinerario fatto di immagini e testimonianze che dimostrano le forti analogie negli usi e nei costumi, nel lavoro e nelle espressioni artistiche, nello sviluppo e nell’organizzazione della società tra le genti che vivono nelle valli alpine e dolomitiche e in quelle dell’Himalaya e delle Ande».

Come pensate di sviluppare questo museo? «Il percorso sarà allestito all’interno del ristrutturato forte di Monte Ricco e consisterà in una serie articolata di monitor e di teche che serviranno a raccontare la vita e la storia dei popoli di montagna. E lo faremo attraverso un allestimento moderno di “museo vivo”, dove gli oggetti esposti e le immagini trasmesse in continuazione devono contaminare sul piano emotivo, stimolare riflessioni, invogliare passioni e creare voglia di approfondire». Un museo vivo che comprenderà cosa? «Insieme alle esposizioni reali e virtuali, anche un corollario di eventi, convegni, manifestazioni, presentazioni ed interviste capaci di legittimare, anche sul piano mediatico, il valore culturale del progetto. L’esposizione si comporrà di oggetti, reperti, mobili e arredi provenienti dalle montagne del mondo, appartenenti alla mia collezione privata che ho intenzione di donare al Comune di Pieve di Cadore».

Da considerare che Gracis ha già regalato a Messner una delle sale più belle e frequentate del “Museo dei popoli di montagna” di Brunico. «Il percorso museale attraversa alcuni fra i più affascinanti, suggestivi e misteriosi luoghi della geografia e della spiritualità legati alla montagna. In esposizione, accanto ai tappeti, ai costumi e ai monili, ci saranno le coloratissime porte dei monasteri tibetani, le colorate e intarsiate panche provenienti dalle Ande peruviane, le slitte usate nei villaggi alpini svizzeri due secoli fa. E poi la documentaristica. In collaborazione con il TrentoFilmFestival, con altri festival cinematografici dell’arco alpino e con il Cai sarà possibile trasmettere sui monitor film e documentari che saranno prima presentati nell’ambito di specifiche manifestazioni».

Di seguito un breve video che mostra alcune showroom della Kandahar, l’azienda di Andrea Gracis dalla quale proviene la collezione messa a disposizione per il nuovo museo.

Un’esposizione, quattro parole chiave
Accanto al “Museo dei popoli di montagna”, Andrea Gracis propone l’Ecomuseo del Cadore, caratterizzato da quattro parole chiave: spazio, tempo, comunità e saperi.
«Museo dello spazio», sostiene, «perché diffuso sul territorio per conoscere tutto ciò che sul territorio è vissuto e vive. Museo del tempo perché vuole far conoscere la storia e la sua evoluzione. Museo della comunità perché racconta il cammino di persone che insieme sono vissute credendo ad alcuni valori ed insieme si sono riconosciute in regole e conquiste. Museo dei saperi della gente di tutte le epoche. I saperi dei mestieri che hanno consolidato un’economia. I saperi nell’arte e i saperi nelle mille forme di creatività e di intraprendenza che dal Cadore si sono diffuse nel mondo».
Il tutto, secondo Gracis, sarà pensato e progettato in sintonia e sinergia con gli altri soggetti culturali operanti sul territorio: dalla Magnifica alla Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore, dal Museo dell’Occhiale al Museo delle Nuvole di Messner sul Monte Rite. «Per far sì che Pieve di Cadore, la porta d’entrata delle Dolomiti patrimonio dell’Unesco, possa avere un degno Museo dei Popoli di Montagna ed anche un proprio Ecomuseo».

di Stefano Vietina – Fonte: Corriere Delle Alpi

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Author: Orsola1

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