C’era una volta un museo che cento anni fa scomparve

Tutte le storie iniziano con un c’era una volta. E questo articolo vuole proprio iniziare così: c’era una volta il Museo delle Antichità del Cadore, un museo ricco di storia e di bellezze che raccontavano le vicende di un popolo che oggi, ahimè, non esiste più.

Questa vicenda è a conoscenza di pochi studiosi e appassionati, ma fortunatamente alcuni anni fa Antonio Genova né rinvigorì il ricordo con un eccellente saggio dal titolo “Il museo ottocentesco e i beni culturali della Magnifica Comunità. Appunti cronologici per una storia del museo in Cadore”. La storia si colloca nell’ultimo quarto dell’Ottocento, che per il Cadore rappresentava un periodo di particolare fermento sociale, politico e culturale in concomitanza con la nascita della nazione italiana, di cui il Cadore rappresentava l’ultimo lembo di terra. Proprio in questo clima emergeva l’urgenza di istituire un museo che potesse essere un punto di riferimento identitario, di ricerca e conservazione per la popolazione cadorina consapevole che, solamente studiando e trasmettendo alle nuove generazioni la storia, si poteva pianificare un futuro gestionale della montagna. La prima proposta a riguardo veniva avanzata nel 1878 da Taddeo Galeazzi di Valle, allora Ispettore agli scavi e ai monumenti del Cadore, che sollecitava le istituzioni locali a raccogliere le antichità del Cadore in un’unica, grande raccolta. Come spesso accade nella storia, le intuizioni dei singoli, per realizzarsi, devono essere supportate dalla fortuna di evento eccezionale. E questo, miracolosamente, accadeva: una spinta fondamentale alla costruzione del primo museo cadorino veniva data quando, sul principio dell’autunno del 1878, durante alcuni lavori nel cortile privato dei fratelli Da Forno a Pozzale, si scopriva una necropoli dell’età del ferro e del bronzo, che portava ben presto in Cadore il diretto interessamento del Ministero centrale e dell’Ispettorato Veneto alle Antichità. Grazie alla risonanza della notizia e al lavoro diplomatico di alcuni colti personaggi locali, nella primavera del 1880, si riusciva a trovare la disponibilità della famiglia Solero di alcune stanze dello storico palazzo nel cuore di Pieve di Cadore, in una collocazione ideale per un museo, tra il Palazzo della Magnifica Comunità e la casa natale di Tiziano Vecellio. Un passo alla volta la nuova istituzione culturale stava prendendo forma: l’allestimento veniva affidato al cav. Luigi Coletti e quale direttore si individuava l’allora pievano di Pieve, Antonio Da Vià, abate colto e lungimirante.

Il processo di istituzione della nuova struttura proseguiva conferma determinazione e straordinaria rapidità tanto che il 5 settembre del 1880, nel corso di una festa solenne si inauguravano contemporaneamente a Pieve il monumento a Tiziano Vecellio, sulla piazza principale del paese, e il Museo delle Antichità del Cadore nello storico palazzo Solero. La popolazione partecipava in massa, arrivando da ogni angolo del Cadore, per essere presente a questo momento di appartenenza sociale e crescita culturale. I materiali esposti erano alquanto interessanti: reperti archeologici di inestimabile valore provenienti da Pozzale, Lozzo e Lorenzago e da altre località cadorine; oltre cento incisioni riproducenti altrettanti dipinti di Tiziano Vecellio; oggetti di vario tipo e uso di riconosciuto valore storico tra i quali emergeva la macchina copernicana di Bartolomeo Toffoli, oggi conservata nel municipio di Calalzo; documentazione antica legata al passato del Cadore tra i quali alcune copie dello Statuto della comunità. La temporanea collocazione del Museo presso l’edificio privato godeva dell’appoggio delle istituzioni, ma era convinzione comune che i materiali avevano il dovere di trovare un’adeguata valorizzazione in un luogo pubblico.

L’11 agosto 1881, in maniera eccezionale e provvisoria, la raccolta approdava nel Palazzo della Magnifica Comunità per accogliere sontuosamente la Regina d’Italia Margherita di Savoia: le cronache narrano dello spostamento del materiale ritenuto il “più antico e prezioso come il diploma di Carlo V Imperatore, le stampe tizianesche, la macchina copernicana di Bartolomeo Toffoli, la spada del Calvi e un ritratto del Tiziano”. Finalmente, grazie al lavoro condotto da don Antonio Da Vià, nel 1885 il museo trovava una più degna sistemazione nel rinnovato edificio scolastico (oggi collocato a lato della sede municipale del comune di Pieve) e continuava a ricevere donazioni da ogni dove che ampliavano considerevolmente la collezione tra i quali degni di nota un martello preistorico scoper to sul Passo della Mauria e una spada antica rinvenuta sui ruderi del Castello di Pieve. Ben presto i giornali e le guide storiche dell’epoca parlavano con entusiasmo della nuova istituzione promuovendola come una delle eccellenze da visitare ma, allo stesso tempo, si iniziava a denunciare la mancanza di risorse economiche che non venivano fornite dalle istituzioni pubbliche locali.

Ottone Brentari, autore della guida storico alpina del Cadore della Valle di Zoldo, dopo aver elencato le collezioni presenti scrisse:” […] ma di un museo platonico, di una protezione scompagnata da un po’ di aiuto pecuniario, il museo può avvantaggiarsi ben poco […]”. A complicare la situazione, il nefasto 1892 con la morte del responsabile del museo, don Antonio Da Vià e, a pochi mesi di distanza del cav. Luigi Coletti: il museo perdeva le due personalità più importanti mentre si denunciava che l’istituzione è senza controllo diretto e che le chiavi del museo andavano per le mani di tutti. Nei confronti di don Antonio, pioniere di tutti gli operatori museali cadorini, vi è ancora aperto un debito morale: su proposta di mons. Bel, il comune di Pieve deliberava di intitolare alla memoria dell’abate Da Vià il museo per compiere un’opera di riconoscenza e di giustizia. Purtroppo tale disposizione rimase solamente sulla carta, senza trovare mai un effettivo adempimento; la memoria verso questo uomo colto, che si distinse per la tutela e la valorizzazione culturale, pian piano si perdeva e oggi non vi è nemmeno una via o una piazza in tutto il Cadore intitolata a questo benemerito cadorino. Come nuovo conservatore, dopo la morte del Da Vià, veniva individuato don Luigi Bernardi che riusciva a ottenere degli impegni economici dal Comune di Pieve.

In questo periodo è alquanto interessante, e agli occhi di oggi, lungimirante, la proposta che veniva avanzata dal Prof. Antonio Ronzon il quale, dalle pagine dell’Archivio Storico Cadorino, esortava le istituzioni di Pieve nel realizzare all’interno del museo una Biblioteca tizianesca, quale doveroso omaggio al pittore e nello stesso tempo luogo di studio (la Biblioteca tizianesca verrà istituita negli anni ’80 dalla Magnifica Comunità di Cadore). Negli anni seguenti il museo aumentava la raccolta con delle donazioni e degli acquisti mirati e si stava preparando per essere protagonista e punto di riferimento per le nuove generazioni cadorine sul nascere del Novecento.

Purtroppo la Grande Guerra imperversava e il Cadore improvvisamente si trovava ad essere territorio di confine, luogo di difesa nazionale e di vittoria sul nemico. In un contesto di caos e di morte, l’ira degli eserciti si riversava anche contro i monumenti e le opere d’ arte: il patrimonio culturale veniva profanato senza pietà in ogni angolo del bel paese e non risparmiava il Cadore.

In questa maniera, nel 1917 la raccolta trovava il suo fatale epilogo: la quasi totalità dei reperti e degli oggetti della raccolta trovavano la dispersione. Qualcosa si è miracolosamente salvato e oggi è visibile al Museo Archeologico Cadorino, ma un vasto patrimonio cadeva nell’oscurità per sempre e oggi, a cent’anni di distanza ci costringe a raccontare ai nostri bimbi che: c’era una volta un museo che raccoglieva le antichità e le bellezze culturali del Cadore. Aveva delle rarità di assoluto valore storico artistico ma la guerra, quella vera, cruenta, fatta di morti e distruzione, ce l’ha portato via per sempre.

 

Articolo tratto da IL CADORE n.2-2018


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Author: Orsola1

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