Il legno cadorino: una risorsa da valorizzare

Un tempo, in Cadore, l’economia legata al patrimonio boschivo era dominante. Per comprenderne l’importanza è sufficiente pensare che buona parte del legname utilizzato per costruire Venezia è partito dal Cadore. Senza contare la sua flotta navale realizzata con il legno del Cadore, del Cansiglio e dell’Altopiano di Asiago. E bisogna dire che ne ha costruite parecchie di navi la Serenissima. Si dice che l’arsenale fosse in grado di costruirne una nave al giorno. Di conseguenza, proprio questa necessità di legname – che era la ricchezza maggiore di cui disponevano in quei tempi le nostre valli – ha promosso alla grande il Cadore quale partner commerciale della Repubblica Veneta.

Questa è la storia. Oggi però non è più così e le difficoltà che caratterizzano il comparto del legno si fanno sentire. Con Costantino Pinazza, dottore in Scienze Forestali ed Ambientali, abbiamo cercato di leggere la situazione.

“Negli ultimi anni – spiega il dottor Pinazza – il mondo è cambiato notevolmente, ed il commercio del legname viene praticato su scala mondiale. Molti Stati europei tra cui l’Austria che ne detiene probabilmente il primato, acquista e vende legname in tutto il mondo. Mi preme sottolineare questo aspetto per far capire che tutti i boschi del Cadore, insieme, rappresentano quello che in alcuni paesi è soltanto una piccola porzione di un’ampia proprietà privata il più delle volte molto più facile da utilizzare”.

Nonostante le difficoltà e la resa economica che non è più quella di un tempo, lei resta un convinto sostenitore della bontà di questa risorsa.

“Sicuramente. Il legno rappresenta ancora una ricchezza. Lo si è visto molto bene dopo la crisi del 2008 in seguito alla quale c’è stato un ritorno al bosco molto importante sia in termini di occupazione che di risorsa economica. E questo in modo particolare per i piccoli proprietari privati che hanno scoperto nel bosco un salvadanaio al quale attingere”.

Il rammarico principale riguarda la nostra incapacità a sfruttare al meglio questa risorsa. Si sa che il nostro è legno di qualità e in quanto tale non dovrebbe essere difficile valorizzarlo qui. Invece questo nostro patrimonio viene sfruttato soprattutto nella vicina Austria. Perché?

“È proprio così. La gran parte del legname di conifere tagliato nei nostri boschi viene lavorato in Austria. Ed è un vero peccato dal momento che è la prima lavorazione quella che “lascia sul territorio” il maggiore economico margine. Però non bisogna dimenticare che è stata l’Austria a riscoprire, a valorizzare e a dare slancio al settore. Ecco perché il mercato austriaco è diventato leader. Un mercato che assorbe una grande quantità di materiale anche di qualità scadente. A questo proposito bisogna dire che è una pia illusione pensare che tutto il legname tagliato in Cadore sia di buona qualità. Nell’ultimo secolo i boschi sono cambiati, e sopratutto si sono espansi, originando molte neoformazioni forestali di scarsa qualità ambientale e tecnologica. Quindi il mercato austriaco compra tutto, buono e meno buono, e quasi sempre ad un prezzo concorrenziale rispetto alle industrie locali”.

Messa così si impone un preoccupante quesito: e se l’ Austria non acquistasse più il nostro legname?

“Non si tratta certo di una domanda campata in aria. Se succedesse, di sicuro il nostro settore forestale ne risentirebbe. Adesso sappiamo che il mercato austriaco guarda al nostro legname con attenzione e interesse. Ma se non fosse più appetibile all’Austria bisognerebbe cercare subito altri mercati”.

Anche in questo campo si sa che l’unione fa la forza. Lo sanno bene tutti i protagonisti della nostra economia. Eppure…. Dovete sapere che proprio per valorizzare maggiormente il prodotto, fino al 2000 le 16 regole del Comelico facevano squadra e vendevano il legname insieme. Poi si è tornati al “ciascuno fa da sé”. Qual è il suo giudizio?

“È l’incapacità a gestire e a lavorare insieme che penalizza maggiormente la montagna in generale e il Cadore in particolare. Purtroppo anche nel settore della forestazione e della vendita del legname prevale quella visione individualistica che ci contraddistingue e ci penalizza fortemente. Del resto è successo così anche nell’ambito delle occhialerie. I nostri campanili sono ancora troppo alti”.

Sono in molti a sostenere che sarebbe indispensabile metterci in concorrenza con l’Austria riponendo maggior fiducia nel settore ed organizzandoci come hanno fatto gli imprenditori austriaci. E questo per produrre in Cadore quello che producono loro con il nostro legname: semilavorati, tavole, multistrato, pellets. Perché non ci siamo ancora riusciti?

“Bella domanda. Anch’io, che sono un inguaribile romantico, penso spesso alla necessità di darci una mossa e fare quello che sono riusciti a fare in Austria. Però è evidente che in Italia è difficile lavorare, nel settore del legno come in tutti gli altri. In ogni caso fortunatamente in zona sono rimaste alcune segherie storiche che continuano la tradizione e sopratutto acquistano legname locale. Dico questo perché non bisogna dimenticare che fino a non molti anni fa molte le segherie del Cadore acquistavano esclusivamente legname proveniente dai Paesi dell’Est Europa e in Scandinavia percheé quello locale aveva costi di utilizzazione troppo elevati”.

C’è chi spiega la leadership austriaca con la modernizzazione delle sue segherie che sono tecnologicamente all’avanguardia. Cosa ne pensa?

“Non direi. Di sicuro l’innovazione ha il suo peso ma anche di creare delle nicchie di mercato, in tutti i settori c’è il gigante, ma c’è sempre anche spazio il piccolo, sopratutto se si crea una nicchia di mercato o si specializza in alcune lavorazioni. Un esempio è sicuramente rappresentato dal legno antico, o dall’utilizzo di toppi con anomalie particolari per piccole produzioni di nicchia. Sono inoltre convinto che un po’ alla volta sarà importante iniziare a valorizzare le latifoglie, che in futuro rappresenteranno un’aliquota non indifferente nella composizione dei nostri boschi.

C’è la possibilità di incrementare la redditività dei nostri boschi?

“Non c’è dubbio. L’intervento più importante riguarda la conservazione e la realizzazione di una viabilità silvopastorale capillare, che agevoli l’accessibilità anche ai boschi più scomodi. Solo così è possibile lavorare nei boschi con costi più contenuti. Al momento sono proprio questi costi il limite maggiore ad intraprendere nuovi intereventi di forestazione. Costi che si ripercuotono anche sul trattamento dei residui di utilizzazione, (ramaglie cimali toppi difettosi).. che a volte rendono i boschi appena utilizzati quasi impenetrabili. Senza dimenticare in fine la sicurezza degli operatori. La mancanza di una viabilità efficiente costringe tante imprese ad esboscare con linee di gru a cavo di lunghezza superiore al chilometro. L’invito a realizzare una rete viaria a servizio dei nostri boschi può diventare anche una bella occasione di promozione turistica dal momento che le strade boschive sono molto ambite, sia d’estate che d’inverno, dagli escursionisti che frequentano il Cadore.

Cosa si sente di consigliare ai giovani che guardano con interesse alla creazione di un’impresa boschiva?

“Il mestiere del boscaiolo è un mestiere duro, faticoso, e molto pericoloso. Ci vogliono innanzitutto passione e tanta voglia di lavorare tantissimo. Al giorno d’oggi anche gli investimenti necessari sono importanti per lavorare in modo competitivo ed in sicurezza. Un aiuto in questo senso viene dai fondi del PSR grazie ai quali molte aziende locali hanno fatto un salto di qualità notevole. Ma la cosa più importante a mio avviso è “il passato”, la tradizione, l’esperienza di chi ha trascorso la vita nel bosco. Perché il bosco è un mondo!”.

 

Articolo tratto da IL CADORE n.2-2018


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Author: Orsola1

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