Nel Museo del Ferro e della Chiave, la storia di Cibiana di Cadore

A Cibiana di Cadore ha riaperto i battenti il Museo del Ferro e della Chiave. Un luogo dove sono raccolte le testimonianze della grande esperienza lavorativa degli abitanti del piccolo comune cadorino. La bella iniziativa è frutto del lavoro di alcuni volontari e del Comune di Cibiana. Allestito nelle vicinanze dell’Ufficio delle Miniere, che si trova nella frazione di Cibiana di Sotto, racconta la storia di Cibiana e ne identifica le ricche e variegate specificità.

“A dire il vero – spiega Lino Da Col, uno dei volontari che hanno concorso alla sua nascita – il nucleo abitato dov’è stato costruito il museo, si chiama solo Cibiana e non Cibiana di Sotto e il perché è spiegato dal fatto che questo gruppo di case costituisce il primo centro abitato del Comune. Solo successivamente sono nate le altre frazioni: Masarié, Pianezze, Strassei. E la frazione che ospita il Museo divenne così Cibiana di Sotto. Ancora oggi, quando un cibianese dice “vado a Cibiana”, intende dire che si sta avviando verso Cibiana di Sotto”.

Prima di arrivare a Cibiana, l’Ufficio delle Miniere si trovava verso il “Rù de le Stele” che corre a circa 30 metri dai ruderi degli uffici. Nel 1990 poco lontano dai ruderi, lo scultore Toni Benetton creò la scultura “Al Fer” dedicata ai minatori e alla lavorazione del ferro. Una scultura monumentale che portò nel paese delle chiavi migliaia di visitatori. Quando iniziarono i lavori per la costruzione del Museo del ferro, dovendo occupare quello spazio, la scultura venne smontata e conservata per essere rimontata a lavori conclusi. Così è stato ed ora “Al Fer” è nuovamente visibile, anche se in un altro sito.

Nell’Ufficio delle Miniere era custodito gelosamente anche il “libro mastro” delle miniere aperto nel 1700. Uno strumento prezioso tramandato di generazione in generazione e custodito gelosamente. Purtroppo, durante l’alluvione del 1966, che a Cibiana causò molti danni e anche un morto, il “libro mastro” scomparve. A Cibiana c’è ancora qualcuno che lo ricorda bene e ne descrive il contenuto con dovizia di particolari.

“Il Museo – racconta Da Col – è stato ricavato dai ruderi di una vecchia chiesetta, probabilmente del 1300. Per questo motivo là dove si trovava il tabernacolo è stato ricavato un altarino. Non ricordo a chi è dedicato. Che il piano terra del Museo sia stato costruito attorno ai muri perimetrali della chiesetta lo testimonia ancor oggi un’acquasantiera”.

La storia documentata delle attività minerarie di Cibiana inizia nel XV secolo quando, dopo l’alleanza del Cadore con Venezia, correva l’anno 1420, la Serenissima incoraggiò la ricerca di nuove fonti metallifere concedendo parecchie nuove concessioni dette “investiture”. Contemporaneamente avviò anche lo sfruttamento di alcuni boschi per la produzione del carbone di legna necessario al funzionamento dei forni e delle forge. Di tutto questo si trova traccia nel Museo.

La struttura museale è stata realizzata su due piani. Il piano terra ospita la parte relativa alle miniere e alla lavorazione del ferro mente al piano superiore si trovano gli oggetti ricavati dalla fusione del ferro. Al piano terra c’è in bella mostra anche una stampatrice della Errebi con la quale si producevano le chiavi a freddo. Per raccontare al visitatore l’evoluzione tecnica della trasformazione del metallo in oggetti di uso comune, sono stati realizzati dei pannelli che illustrano in italiano e in inglese, ogni passaggio, ogni salto di qualità, ogni capitolo di una storia che a Cibiana ha preso il via poco dopo l’anno mille. ”

Alle chiavi è stato riservato buona parte del piano superiore. – racconta Giulia Bianchi che con Marco De Vettor – ha contribuito a realizzare il Museo – Uno spazio doveroso se si pensa che Cibiana è stata per tanti decenni la capitale della produzione delle chiavi. Un’attività che fino al 1800 ha contribuito notevolmente a sollevare le sorti della poverissima economia di Cibiana e dell’intera Valboite. Nel 1900 poi la struttura produttiva, grazie alla tecnologia, si semplificò e diminuirono i posti di lavoro ma, nel contempo, lo specifico settore si sviluppò fino ad un ruolo di eccellenza a livello nazionale”.

All’esposizione di Torino del 1884 la ditta “Prospero Bianchi e fratelli” di Cibiana ottenne la medaglia d’oro per la fabbricazione delle chiavi. Alla fine del 1800 a Cibiana operavano 51 officine che producevano chiavi. L’epoca di maggior sviluppo della chiave si ebbe tra il 1850 e il 1915, periodo aureo della forgiatura a mano . Il Museo racconta che ad incrementare la produzione ha contribuito l’arrivo del ferro proveniente dalla Svezia che, sebbene fosse più costoso, era più malleabile e tenero da lavorare. Il colpo di grazia alle officine di Cibiana lo diede la Grande Guerra con la chiamata alle armi degli uomini. Tutta l’attività si fermò. Dopo la Guerra la ripresa è stata lenta e soltanto dopo la seconda Guerra Mondiale, nel 1949, alcuni artigiani si associarono e fondarono la Errebi, che, grazie alla loro professionalità e ad un’accorta gestione, ha saputo svilupparsi nel tempo cogliendo le opportunità di mercato fino a diventare una delle aziende leader a livello mondiale. Oggi la Errebi produce circa 25.000 chiavi al giorno. Oltre alle chiavi tradizionali produce un’ampia scelta di prodotti tecnologicamente avanzati tra i quali anche chiavi con transponder, chiavi di sicurezza, macchine duplicatici.

 

Articolo tratto da IL CADORE n.8-2018


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Author: NC staff

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