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Discussione: Il caso dei 2 Marò in India

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  1. #1
    Administrator L'avatar di ecko
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    Predefinito Il caso dei 2 Marò in India

    Ecco cosa penso:
    l'unica cosa certa in quella faccenda è che 2 innocui pescatori indiani sono MORTI, tutto il resto è da VERIFICARE. Se i 2 militari italiani sono INNOCENTI è giusto che tornino a casa, ma se sono COLPEVOLI significa che sono degli ASSASSINI ed è giusto che scontino la loro pena (cosa che in Italia in questi casi non succede MAI).


  2. #2
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    Sono d'accordo, non capisco che senso abbia la solidarietà a priori.

  3. #3
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    E dal telegiornale: "Tutta l'Italia è con voi". Ebbene NO! io non provo nessuna solidarietà. La dovrei provare solo perchè sono italiani? Non c'è alcuna certezza che non siano degli assassini quindi come si può affermare frasi del genere?? Prima di tutto bisogna processarli. Fino a quel momento trovo questa "solidarietà" di una gravità clamorosa!!

  4. #4

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    E, tra l'altro, se fossero innocenti ma inglesi, russi o cecoslovacchi non sarei meno "solidale" nei loro confronti.

  5. #5
    Administrator L'avatar di ecko
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    Riporto di seguito, per intero, un interessante articolo sulla questione dei 2 marò. E' un po' lungo ma va letto! E' corredato da numerosi link che permettono di risalire alle fonti utilizzate ed è il più completo scritto sinora sull'argomento.

    Invito alla lettura anche e soprattutto gli amministratori dei comuni di Pieve e Calalzo di Cadore, che hanno avuto il coraggio di aderire alla vergognosa "campagna di solidarietà nazionale" voluta e promossa da alcuni politici nostrani.

    Sarei curioso di sapere se confermerebbero la loro solidarietà dopo aver letto questo articolo.

    I «due marò»: quello che i media (e i politici) italiani non vi hanno detto

    di Matteo Miavaldi*

    Il 22 dicembre scorso Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, i due marò arrestati in Kerala quasi 11 mesi fa per l’omicidio di due pescatori indiani, erano in volo verso Ciampino grazie ad un permesso speciale accordato dalle autorità indiane. L’aereo non era ancora atterrato su suolo italiano che già i motori della propaganda sciovinista nostrana giravano a pieno regime, in fibrillazione per il ritorno a casa dei «nostri ragazzi”, promossi in meno di un anno al grado di eroi della patria.
    La vicenda dell’Enrica Lexie, la petroliera italiana sulla quale i due militari del battaglione San Marco erano in servizio anti-pirateria, ha calcato insistentemente le pagine dei giornali italiani e occupato saltuariamente i telegiornali nazionali.
    E a seguirla da qui, in un villaggio a tre ore da Calcutta, la narrazione dell’incidente diplomatico tra Italia e India iniziato a metà febbraio è stata – andiamo di eufemismi – parziale e unilaterale, piegata a una ricostruzione dei fatti distante non solo dalla realtà ma, a tratti, anche dalla verosimiglianza.

    In un articolo pubblicato l’11 novembre scorso su China Files ho ricostruito il caso Enrica Lexie sfatando una serie di fandonie che una parte consistente dell’opinione pubblica italiana reputa verità assolute, prove della malafede indiana e tasselli del complotto indiano. Riprendo da lì il sunto dei fatti.

    E’ il 15 febbraio 2012 e la petroliera italiana Enrica Lexie viaggia al largo della costa del Kerala, India sud occidentale, in rotta verso l’Egitto. A bordo ci sono 34 persone, tra cui sei marò del Reggimento San Marco col compito di proteggere l’imbarcazione dagli assalti dei pirati, un rischio concreto lungo la rotta che passa per le acque della Somalia. Poco lontano, il peschereccio indiano St. Antony trasporta 11 persone.
    Intorno alle 16:30 locali si verifica l’incidente: l’Enrica Lexie è convinta di essere sotto un attacco pirata, i marò sparano contro la St. Antony ed uccidono Ajesh Pinky (25 anni) e Selestian Valentine (45 anni), due membri dell’equipaggio.
    La St. Antony riporta l’incidente alla guardia costiera del distretto di Kollam che subito contatta via radio l’Enrica Lexie, chiedendo se fosse stata coinvolta in un attacco pirata. Dall’Enrica Lexie confermano e viene chiesto loro di attraccare al porto di Kochi.
    La Marina Italiana ordina ad Umberto Vitelli, capitano della Enrica Lexie, di non dirigersi verso il porto e di non far scendere a terra i militari italiani. Il capitano – che è un civile e risponde agli ordini dell’armatore, non dell’Esercito – asseconda invece le richieste delle autorità indiane.
    La notte del 15 febbraio, sui corpi delle due vittime viene effettuata l’autopsia. Il 17 mattina vengono entrambi sepolti.
    Il 19 febbraio Massimiliano Latorre e Salvatore Girone vengono arrestati con l’accusa di omicidio. La Corte di Kollam dispone che i due militari siano tenuti in custodia presso una guesthouse della CISF (Central Industrial Security Force, il corpo di polizia indiano dedito alla protezione di infrastrutture industriali e potenziali obiettivi terroristici) invece che in un normale centro di detenzione.

    Questi i fatti nudi e crudi. Da quel momento è partita una vergognosa campagna agiografica fascistoide, portata avanti in particolare da Il Giornale, quotidiano che, citando un’amica, «mi vergognerei di leggere anche se fossi di destra».
    Che Il Giornale si sia lanciato in questa missione non stupisce, per almeno due motivi:

    1) La fidelizzazione dei suoi (e)lettori passa obbligatoriamente per l’esaltazione acritica delle nostre – stavolta sì, nostre – forze armate, impegnate a «difendere la patria e rappresentare l’Italia nel mondo» anche quando, sotto contratto con armatori privati, prestano i loro servizi a difesa di interessi privati.
    Anomalia, quest’ultima, per la quale dobbiamo ringraziare l’ex governo Berlusconi e in particolare l’ex ministro della Difesa Ignazio La Russa, che nell’agosto 2011 ha legalizzato la presenza di militari a difesa di imbarcazioni private. In teoria la legge prevede l’uso dell’esercito o di milizie private, senonché le regole di ingaggio di queste ultime sono ancora da ultimare, lasciando il monopolio all’Esercito italiano. Ma questa è – parzialmente – un’altra storia.

    2) Il secondo motivo ha a che fare col governo Monti, per il quale il caso dei due marò ha rappresentato il primo grosso banco di prova davanti alla comunità internazionale, escludendo la missione impossibile di cancellare il ricordo dell’abbronzatura di Obama, della culona inchiavabile, letto di Putin, della nipote di Mubarak, dell’harem libico nel centro di Roma e tutto il resto del repertorio degli ultimi 20 anni.
    Troppo presto per togliere l’appoggio a Monti per questioni interne, da marzo in poi Latorre e Girone sono stati l’occasione provvidenziale per attaccare l’esecutivo dei tecnici, mantenendo vivo il rapporto con un elettorato che tra poco sarà di nuovo chiamato alle urne. E’ il tritacarne elettorale preannunciato da Emanuele Giordana al quale i due marò, dopo la visita ufficiale al Quirinale del 22 dicembre, sono riusciti a sottrarsi chiudendosi letteralmente nelle loro case fino al 10 gennaio quando, secondo i patti, torneranno in Kerala in attesa del giudizio della Corte Suprema di Delhi.

    Qualche esempio di strumentalizzazione?
    Margherita Boniver, senatrice Pdl, il 19 dicembre riesce finalmente a fare notizia offrendosi come ostaggio per permettere a Latorre e Girone di tornare in Italia per Natale.
    Ignazio La Russa, Pdl, il 21 dicembre annuncia di voler candidare i due marò nelle liste del suo nuovo partito Fratelli d’Italia (sic!).
    L’escamotage, che serve a blindare i due militari entro i confini italiani, è rimandato al mittente dagli stessi Latorre e Girone, irremovibili nel mantenere la parola data alle autorità indiane.

    LA QUERELLE SULLA POSIZIONE DELLA NAVE E UNA CURIOSA “CONTROPERIZIA”
    La prima tesi portata avanti maldestramente dalla diplomazia italiana, puntellata dagli organi d’informazione, sosteneva che l’Enrica Lexie si trovasse in acque internazionali e, di conseguenza, la giurisdizione dovesse essere italiana. Ma le cose pare siano andate diversamente.
    Il governo italiano ha sostenuto che l’Enrica Lexie si trovasse a 33 miglia nautiche dalla costa del Kerala, ovvero in acque internazionali, il che avrebbe dato diritto ai due marò ad un processo in Italia. La tesi è stata sviluppata basandosi sulle dichiarazioni dei marò e su non meglio specificate «rilevazioni satellitari”.
    Secondo l’accusa indiana l’incidente si era invece verificato entro il limite delle acque nazionali: Girone e Latorre dovevano essere processati in India.

    Nonostante la confusione causata dal campanilismo della stampa indiana ed italiana, la posizione della Enrica Lexie non è più un mistero ed è ufficialmente da considerare valida la perizia indiana.
    La squadra d’investigazione speciale che si è occupata del caso lo scorso 18 maggio ha depositato presso il tribunale di Kollam l’elenco dei dati a sostegno dell’accusa di omicidio, citando i risultati dell’esame balistico e la posizione della petroliera italiana durante la sparatoria.
    Secondo i dati recuperati dal GPS della petroliera italiana e le immagini satellitari raccolte dal Maritime Rescue Center di Mumbai, l’Enrica Lexie si trovava a 20,5 miglia nautiche dalla costa del Kerala, nella cosiddetta «zona contigua».
    Il diritto marittimo internazionale considera «zona contigua» il tratto di mare che si estende fino alle 24 miglia nautiche dalla costa, entro le quali è diritto di uno Stato far valere la propria giurisdizione.

    A contrastare la versione ufficiale delle autorità indiane – che, ricordiamo, è stata accettata anche dai legali dei due marò e sarà la base sulla quale la Corte suprema indiana si pronuncerà – è apparsa in rete la ricca controperizia dell’ingegner Luigi di Stefano, già perito di parte civile per l’incidente di Ustica.
    Di Stefano presenta una serie di dati ed analisi tecniche a supporto dell’innocenza dei due marò. Chi scrive non è esperto di balistica né perito legale – non è il mio mestiere – e davanti alla mole di dati sciorinati da Di Stefano rimane abbastanza impassibile. Tuttavia, è importante precisare che Di Stefano basa gran parte della sua controperizia su una porzione minima dei dati, quelli cioè divulgati alla stampa a poche settimane dall’incidente. Dati che, sappiamo ora, sono stati totalmente sbugiardati dalle rilevazioni satellitari del Maritime Rescue Center di Mumbai e dall’esame balistico effettuato dai periti indiani.
    Nella perizia troviamo stralci di interviste tratti dal settimanale Oggi, fotogrammi ripresi da Youtube, fermi immagine di documenti mandati in onda da Tg1 e Tg2 (sui quali Di Stefano costruisce la sua teoria della falsificazione dei dati da parte della Marina indiana), altre foto estrapolate da un video della Bbc e una serie di complicatissimi calcoli vettoriali e simulazioni 3d.
    Non si menziona mai, in tutta la perizia, nessuna fonte ufficiale dei tecnici indiani che, come abbiamo visto, hanno depositato in tribunale l’esito delle loro indagini il 18 maggio. Di Stefano aveva addirittura presentato il suo lavoro durante un convegno alla Camera dei deputati il 16 aprile, un mese prima che fossero disponibili i risultati delle perizie indiane!
    In quell’occasione i Radicali hanno avanzato un’interrogazione parlamentare al ministro degli Esteri Terzi, chiedendo sostanzialmente: «Ma se abbiamo mandato i nostri tecnici in India e loro non hanno detto nulla, perché dobbiamo stare a sentire Di Stefano?»
    Il lavoro di Di Stefano, in definitiva, è viziato sin dal principio dall’analisi di dati clamorosamente incompleti, costruito su dichiarazioni inattendibili e animato dal buon vecchio sentimento di superiorità occidentale nei confronti del cosiddetto Terzo mondo.
    Se qualcuno ancora oggi ritiene che una simile perizia artigianale sia più attendibile di quella ufficiale indiana, cercare di spiegare perché non lo è potrebbe essere un inutile dispendio di energie.

    UNGHIE SUI VETRI: «NON SONO STATI LORO A SPARARE!»
    Altra tesi particolarmente in voga: non sono stati i marò a sparare, c’era un’altra nave di pirati nelle vicinanze, sono stati loro.
    Nel rapporto consegnato in un primo momento dai membri dell’equipaggio dell’Enrica Lexie alle autorità indiane e italiane (entrambi i Paesi hanno aperto un’inchiesta) si specifica che Latorre e Girone hanno sparato tre raffiche in acqua, come da protocollo, man mano che l’imbarcazione sospetta si avvicinava all’Enrica Lexie. Gli indiani sostengono invece che i colpi erano stati esplosi con l’intenzione di uccidere, come si vede dai 16 fori di proiettile sulla St. Antony.
    Il 28 febbraio il governo italiano chiede che al momento dell’analisi delle armi da fuoco siano presenti anche degli esperti italiani. La Corte di Kollam respinge la richiesta, accordando però che un team di italiani possa presenziare agli esami balistici condotti da tecnici indiani.
    Gli esami confermano che a sparare contro la St. Antony furono due fucili Beretta in dotazione ai marò, fatto supportato anche dalle dichiarazioni degli altri militari italiani e dei membri dell’equipaggio a bordo sia dell’Enrica Lexie che della St. Antony.
    Staffan De Mistura, sottosegretario agli Esteri italiano, il 18 maggio ha dichiarato alla stampa indiana: «La morte dei due pescatori è stato un incidente fortuito, un omicidio colposo. I nostri marò non hanno mai voluto che ciò accadesse, ma purtroppo è successo».
    I più cocciuti, pur davanti all’ammissione di colpa di De Mistura, citano ora il mistero della Olympic Flair, una nave mercantile greca attaccata dai pirati il 15 febbraio, sempre al largo delle coste del Kerala. La notizia, curiosamente, è stata pubblicata esclusivamente dalla stampa italiana, citando un comunicato della Camera di commercio internazionale inviato alla Marina militare italiana. Il 21 febbraio la Marina mercantile greca ha categoricamente escluso qualsiasi attacco subito dalla Olympic Flair.

    A questo punto possiamo tranquillamente sostenere che:
    1) l’Enrica Lexie non si trovava in acque internazionali;
    2) i due marò hanno sparato.

    Sono due fatti supportati da prove consistenti e accettati anche dalla difesa italiana, che ora attende la sentenza della Corte suprema circa la giurisdizione.

    Secondo la legge italiana ed i suoi protocolli extraterritoriali, in accordo con le risoluzioni dell’Onu che regolano la lotta alla pirateria internazionale, i marò a bordo della Enrica Lexie devono essere considerati personale militare in servizio su territorio italiano (la petroliera batteva bandiera italiana) e dovrebbero godere quindi dell’immunità giurisdizionale nei confronti di altri Stati.
    La legge indiana dice invece che qualsiasi crimine commesso contro un cittadino indiano su una nave indiana – come la St. Antony – deve essere giudicato in territorio indiano, anche qualora gli accusati si fossero trovati in acque internazionali.
    A livello internazionale vige la Convention for the Suppression of Unlawful Acts Against the Safety of Maritime Navigation (SUA Convention), adottata dall’International Maritime Organization (Imo) nel 1988, che a seconda delle interpretazioni, indicano gli esperti, potrebbe dare ragione sia all’Italia sia all’India.
    La sentenza della Corte Suprema di New Delhi, prevista per l’8 novembre ma rimandata nuovamente a data da destinarsi, dovrebbe appunto regolare questa ambiguità, segnando un precedente legale per tutti i casi analoghi che dovessero verificarsi in futuro.
    Il caso dei due marò, che dal mese di giugno sono in regime di libertà condizionata e non possono lasciare il Paese prima della sentenza, sarà una pietra miliare del diritto marittimo internazionale.

    IMPRECISIONI, DIMENTICANZE, SAGRESTIE E ROMBI DI MOTORI
    In oltre 10 mesi di copertura mediatica, la cronaca a macchie di leopardo di gran parte della stampa nazionale ha omesso dettagli significativi sul regime di detenzione dei marò, si è persa per strada alcuni passaggi della diplomazia italiana in India e ha glissato su una serie di comportamenti “al limite della legalità” che hanno contraddistinto gli sforzi ufficiali per «riportare a casa i nostri marò». In un altro articolo pubblicato su China Files il 7 novembre, avevo collezionato le mancanze più eclatanti. Riprendo qui quell’esposizione.

    Descritti come «prigionieri di guerra in terra straniera» o militari italiani «dietro le sbarre», Massimiliano Latorre e Salvatore Girone in realtà non hanno speso un solo giorno nelle famigerate carceri indiane.
    I due militari del Reggimento San Marco, in libertà condizionata dal mese di giugno, come scrive Paolo Cagnan su L’Espresso, in India sono trattati col massimo riguardo e, in oltre otto mesi, non hanno passato un solo giorno nelle famigerate celle indiane, alloggiando sempre in guesthouse o hotel di lusso con tanto di tv satellitare e cibo italiano in tavola. Tecnicamente, «dietro le sbarre» non ci sono stati mai.
    Un trattamento di lusso accordato fin dall’inizio dalle autorità indiane che, come ricordava Carola Lorea su China Files il 23 febbraio, si sono assicurate che il soggiorno dei marò fosse il meno doloroso possibile:

    «I due marò del Battaglione San Marco sospettati di aver erroneamente sparato a due pescatori disarmati al largo delle coste del Kerala, sono alloggiati presso il confortevole CISF Guest House di Cochin per meglio godere delle bellezze cittadine.
    Secondo l’intervista rilasciata da un alto funzionario della polizia indiana al Times of India, i due sfortunati membri della marina militare italiana sarebbero trattati con grande rispetto e con tutti gli onori di casa, seppure accusati di omicidio.
    La diplomazia italiana avrebbe infatti fornito alla polizia locale una lista di pietanze italiane da recapitare all’hotel per il periodo di fermo: pizza, pane, cappuccino e succhi di frutta fanno parte del menu finanziato dalla polizia regionale. Il danno e la beffa.»

    Intanto, l’Italia cercava in ogni modo di evitare la sentenza dei giudici indiani, ricorrendo anche all’intercessione della Chiesa. Alcune iniziative discutibili portate avanti dalla diplomazia italiana, o da chi ne ha fatto tristemente le veci, hanno innervosito molto l’opinione pubblica indiana. Due di queste sono direttamente imputabili alle istituzioni italiane.

    In primis, aver coinvolto il prelato cattolico locale nella mediazione con le famiglie delle due vittime, entrambe di fede cattolica. Il sottosegretario agli Esteri De Mistura si è più volte consultato con cardinali ed arcivescovi della Chiesa cattolica siro-malabarese, nel tentativo di aprire anche un canale “spirituale” con i parenti di Ajesh Pinky e Selestian Valentine, i due pescatori morti il pomeriggio del 15 febbraio.
    L’ingerenza della Chiesa di Roma non è stata apprezzata dalla comunità locale che, secondo il quotidiano Tehelka, ha accusato i ministri della fede di «immischiarsi in un caso penale», convincendoli a dismettere il loro ruolo di mediatori.

    Il 24 aprile, inoltre, il governo italiano e i legali dei parenti delle vittime hanno raggiunto un accordo economico extra-giudiziario. O meglio, secondo il ministro della Difesa Di Paola si è trattato di «una donazione», di «un atto di generosità slegato dal processo».
    Alle due famiglie, col consenso dell’Alta Corte del Kerala, vanno 10 milioni di rupie ciascuna, in totale quasi 300mila euro. Dopo la firma, entrambe le famiglie hanno ritirato la propria denuncia contro Latorre e Girone, lasciando solo lo Stato del Kerala dalla parte dell’accusa.
    Raccontata dalla stampa italiana come un’azione caritatevole, la transazione economica è stata interpretata in India non solo come un’implicita ammissione di colpa, ma come un tentativo, nemmeno troppo velato, di comprarsi il silenzio delle famiglie dei pescatori.
    Tanto che il 30 aprile la Corte Suprema di Delhi ha criticato la scelta del tribunale del Kerala di avallare un simile accordo tra le parti, dichiarando che la vicenda «va contro il sistema legale indiano, è inammissibile.»

    Ma il vero capolavoro di sciovinismo è arrivato lo scorso mese di ottobre durante il Gran Premio di Formula 1 in India. In un’inedita liaison governo-Il Giornale-Ferrari, in poco più di una settimana l’Italia è riuscita a far tornare in prima pagina il non-caso dei marò che in India, dopo 8 mesi dall’incidente, era stato ampiamente relegato nel dimenticatoio mediatico.
    Rispondendo all’appello de Il Giornale ed alle «migliaia di lettere» che i lettori hanno inviato alla redazione del direttore Sallusti, la Ferrari ha accettato di correre il gran premio indiano di Greater Noida mostrando in bella vista sulle monoposto la bandiera della Marina Militare Italiana. Il primo comunicato ufficiale di Maranello recitava:

    «[…] La Ferrari vuole così rendere omaggio a una delle migliori eccellenze del nostro Paese auspicando anche che le autorità indiane e italiane trovino presto una soluzione per la vicenda che vede coinvolti i due militari della Marina Italiana.»

    La replica seccata del Ministero degli Esteri indiano non si fa attendere: «Utilizzare eventi sportivi per promuovere cause che non sono di quella natura significa non essere coerenti con lo spirito sportivo.»

    Pur avendo incassato il plauso del ministro degli Esteri Terzi, che su Twitter ha gioito dell’iniziativa che «testimonia il sostegno di tutto il Paese ai nostri marò», la Scuderia Ferrari opta per un secondo comunicato. Sfidando ogni logica e l’intelligenza di italiani ed indiani, l’ufficio stampa della casa automobilistica specifica che esporre la bandiera della Marina «non ha e non vuole avere alcuna valenza politica.»

    In mezzo al tira e molla di una strategia diplomatica improvvisata, così impegnata a non scontentare l’Italia più sciovinista al punto da appoggiare la pessima operazione d’immagine del duo Maranello-Il Giornale, accolta in India da polemiche ampiamente giustificabili, il racconto dei marò – precedentemente «dietro le sbarre» - è continuato imperterrito con toni a metà tra un romanzo di Dickens e una sagra di paese.
    Il Giornale, ad esempio, esaltando la vittoria morale dell’endorsement Ferrari, confida ai propri lettori che

    «i famigliari di Massimiliano Latorre, tutti con una piccola coccarda di colore giallo e il simbolo della Marina Militare al centro appuntata sugli abiti, hanno pensato di portare a Massimiliano e a Salvatore alcuni tipici prodotti locali della Puglia: dalle focacce ai dolci d’Altamura per proseguire poi con le orecchiette, le friselle di grano duro.»

    L’operazione, qui in India, ha raggiunto esclusivamente un obiettivo: far inviperire ancora di più le schiere di fanatici nazionalisti indiani sparse in tutto il Paese.
    Ma è lecito pensare che la mossa mediatica, ancora una volta, non sia stata messa a punto per il bene di Latorre e Girone, bensì per strizzare l’occhiolino a quell’Italia abbruttita dalla provincialità imposta dai propri politici di riferimento, maltrattata da un’informazione colpevolmente parziale che da tempo ha smesso di “informare” preferendo istruire, depistare, ammansire e rintuzzare gli istinti peggiori di una popolazione alla quale si rifiuta di dare gli strumenti e i dati per provare a capire e pensare con la propria testa.

    PARLARE A CHI SI TAPPA LE ORECCHIE
    In questi mesi, quando provavamo a raccontare la storia dei marò facendo due passi indietro e includendo doverosamente anche le fonti indiane, ci sono piovuti addosso decine di insulti. Quando citavamo fonti dai giornali indiani, ci accusavano di essere «come un fogliaccio del Kerala»; quando abbiamo provato a spiegare il problema della giurisdizione, ci hanno risposto «L’India è un paese di pezzenti appena meno pezzenti di prima che cerca di accreditarsi come potenza, ma sempre pezzenti restano. E un pezzente che con i soldi diventa arrogante. Da nuclearizzare!»; quando abbiamo cercato di smentire le falsità pubblicate in Italia (come la memorabile bufala di Latorre che salva un fotografo fermando una macchina con le mani e si guadagna le copertine indiane come “Eroe”) ci hanno dato degli anti-italiani, augurandoci di andare a vivere in India e vedere se là stavamo meglio. Ignorando il fatto che, a differenza di molti, noi in India ci abitiamo davvero.

    Quando tutta questa vicenda verrà archiviata e i marò saranno sottoposti a un giusto processo – in Italia o in India, speriamo che sia giusto – sarà bene ricordarci come non fare del cattivo giornalismo, come non condurre un confronto diplomatico con una potenza mondiale e, soprattutto, come non strumentalizzare le nostre forze armate per fini politici. Una cosa della quale, anche se fossi di destra, mi sarei vergognato.

    fonte: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=10639

    *Miavaldi vive in Bengala ed è caporedattore per l'India del sito China Files, specializzato in notizie dal continente asiatico

  6. #6
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    Predefinito

    Ieri ho pubblicato il link a questo articolo su facebook, invitando alla lettura e taggando Roberto Granzotto (assessore del comune di Pieve di Cadore) e Paolo Andreola (consigliere comunale del comune di Calalzo di Cadore).

    Riporto di seguito lo scambio di messaggi pubblici che c'è stato finora tra il sottoscritto e Granzotto, per completezza di informazioni:

    Roberto Granzotto scrive:
    A chi mi chiede stupito per quale motivo appoggio l'iniziativa per riportare in Patria i nostri MARÓ, dico che mi è più che sufficiente sapere che in India vige, per alcuni reati, la pena di morte ed io sono da sempre contrario alla pena di morte. Poco mi interessa partecipare alla gara delle sentenze emesse da grandi soloni e sapienti saccenti: lascio le sentenze ai tribunali, ma non voglio che italiani rischino la pena di morte!!! Non sono al momento colpevoli nè tantomeno eroi, ma italiani che rischiano la pena di morte. Sacco e Vanzetti docet!!!
    Io rispondo:
    "Sebbene l’India non abbia ancora abolito la pena di morte, vi ricorre estremamente di rado. Nel 21° secolo solo 2 persone sono state giustiziate in India – due di troppo, non c'è dubbio, ma è giusto dare alle cose la loro giusta proporzione. Gli Stati Uniti con un quarto degli abitanti dell’India hanno applicato la pena di morte 43 volte soltanto nel 2012.
    La pena di morte non viene applicata a casi come quello dei due marò, ma solo a delitti particolarmente efferati; quest’anno è stato impiccato il fondamentalista pakistano Mohammed Ajmal Amir Kasab, accusato di aver compiuto l’attentato terroristico del 2008 a Mumbai in cui morirono oltre 150 innocenti. L’altro impiccato post-2000 aveva, secondo l’accusa, stuprato e ucciso una ragazzina minorenne. Considerato il trattamento di favore di cui hanno goduto finora Girone e Latorre, è del tutto inverosimile credere che possano essere condannati a morte per un omicidio colposo. Questa bufala dei “marò che rischiano la morte” fa parte dell’apparato propagandistico nazionalista." Vediamo cosa t'inventi adesso Roberto, "furbacchione" che non sei altro
    Roberto Granzotto risponde:
    Dati forniti da NESSUNO TOCCHI CAINO: pena di morte in India prevista per il reato di omicidio, ultima esecuzione avvenuta il 21.11.2012, pene di morte comminate 75, reclusi nel braccio della morte 477 fino a 15 gg fa. Lo Stato dell'India è considerato tra i peggiori da NESSUNO TOCCHI CAINO. Questi sono dati aggiornati a pochi giorni or sono e giornalisticamente direi che sono facilmente reperibili da chiunque. Anche in Italia esiste l'ergastolo e viene quasi sempre commutato ma quasi nessuno lo sconta, questo significa che non si rischia l'ergastolo? Esiste e lo si rischia e non si ha la certezza di scontarlo o di evitarlo. Qui qualcuno tenta di spacciare ciò che è certo (esistenza della pena di morte) con le probabilità che si verifichi o venga applicato e quindi mi si conferma che la questione dei Maró viene bellamente strumentalizzata e ideologizzata furbescamente. Io sto con NESSUNO TOCCHI CAINO che considera l'India un Paese al pari degli USA sulla questione della pena di morte. Io non ho inventato nulla, mi sono informato e mi fermo alle norme, le probabilità rientrano nel campo della statistica per cui non mi interessa sapere quante probabilità hanno i Maró di essere condannati a morte, mi basta sapere che ne hanno anche solo una e mi è più che sufficiente!! ALZIAMO LA VOCE CONTRO LA PENA DI MORTE!!! L'India dopo sette anni senza applicazione della pena di morte l'ha applicata quaranta giorni fa !!!!!!! Invenzioni? Dati di fatto!!!
    Io rispondo:
    L'esecuzione del 21.11.2012 è quella che avevo già riportato anch'io qui sopra, ovvero di Mohammed Ajmal Amir Kasab, autore dell’attentato terroristico del 2008 a Mumbai in cui morirono oltre 150 persone. Prima di questa, e secondo i dati di NESSUNO TOCCHI CAINO (visto che sei particolarmente affezionato), "l’India non ha eseguito condanne a morte per 7 anni consecutivi".
    Se i 2 Marò avessero anche la minima possibilità di essere condannati alla pena di morte, di certo non li avrebbero lasciati tornare a casetta per le vacanze di Natale. E questo non lo dico io ma i diplomatici e gli analisti internazionali che seguono il caso. Io per primo sono assolutamente contrario alla pena di morte, ci mancherebbe altro, ma non è questo il punto. I commenti come i tuoi sono la palese conferma che la questione dei Marò viene "bellamente strumentalizzata e ideologizzata furbescamente": si perchè, prima li difendevate per il discorso delle acque internazionali (ora smascherato), poi sul dubbio che fossero effettivamente loro ad aver sparato (ora smascherato) e adesso, che non vi resta altro, sulla pena di morte. Riporto nuovamente e anche qui l'articolo più completo sul caso che sia mai stato scritto, e che molto probabilmente tu non ti sei neanche letto per intero, visto il modo con cui continui a difenderli arrampicandoti sugli specchi: http://goo.gl/SG0lk
    Bene che esistono i social network e il web, così che la gente possa leggere, informarsi, farsi una propria idea lontana dalle fandonie dei mass media e soprattutto, che possa imparare a conoscere meglio i nostri amministratori locali e i loro comportamenti!!!

    p.s. Non so davvero con quale coraggio tu possa citare Sacco e Vanzetti nell'episodio dei 2 Marò. Lo trovo VERGOGNOSO. Allora o non conosci bene la storia dei 2 EROI uccisi in America, o non conosci a sufficienza quella dei 2 mercenari accusati di omicidio in India. Perché, caro Roberto, se conosci le 2 storie e pensi di poter fare anche il più lontano paragone, è una cosa DEPLOREVOLE e va ben aldilà della strumentalizzazione.
    Roberto Granzotto risponde:
    Di vergognoso ci sono solo i tuoi toni e ti saluto chiudendo la solita polemica con chi manca di rispetto su terreno d'altri. Hai il tuo blog perciò scriverai li le tue convinzioni lasciando democraticamente, come ho fatto io senza invadere il tuo campo, gli altri discutere sui loro profili. Non gradisco polemizzare oltre i toni sul mio profilo. Grazie
    Io rispondo:
    Classico e comodo: quando non sai più come argomentare le tue risposte (ovvero "non sai più che pesci pigliare"), ti attacchi ai toni, ai modi, al linguaggio. Ormai ti conosco bene e ti stanno imparando a conoscere sempre più persone. Contento tu...

  7. #7
    Senior Member L'avatar di blacksheep
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    Mi piacerebbe sapere anche a me i vari sindaci & co (che tuttora difendono i 2 marò) se dopo aver letto "la verità" sono ancora dello stesso parere.
    Mi schifa sapere come il governo italiano si sta comportando e "comprando" le famiglie indiane dei pescatori. Con i soldi si ottiene tutto purtroppo.
    Ma sentirli nominare "eroi" è davvero una vergognosa follia!!!

  8. #8
    Administrator L'avatar di ecko
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    Ulteriori interessanti (e sconcertanti) sviluppi.
    Sapete chi è la persona designata per la perizia difensiva volta a scagionare i due marò?

    Luigi Di Stefano, autore di una perizia difensiva volta a scagionare i due marò, subito rilanciata dai maggiori media italiani e arrivata a essere illustrata in una conferenza presso la Camera dei Deputati il 16 aprile. Peccato che sia emerso come l’ingegnere non solo non è tale, ma è invece sicuramente un dirigente nazionale di CasaPound.

    (...)

    Luigi Di Stefano, che ha ammesso di non essere iscritto ad alcun Albo provinciale di ingegneri e di avere conseguito la laurea, che dichiara “un semplice vezzo”, alla Adam Smith University: ente para-universitario per l’apprendimento a distanza e non accreditato.
    L'articolo completo qui: Marò italiani, spunta la perizia del finto ingegnere targato Casapound.

    N.B. ci sono pochi interventi in questo topic ed è comprensibile dal momento che l'argomento è delicato e per questo prender posizione o più semplicemente dire la propria non è facile. Ci tengo però a sottolineare che le LETTURE sono moltissime (oltre 500 in 48 ore) ed questo è l'importante...

  9. #9
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    ma dopo tutto questo e' possibile che sulla facciata del comune di Calalzo lo striscione dei maro sia ancora bello sventolante???? ribrezzo.

    e Granzotto .....che delusione!

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da Frisol Visualizza Messaggio
    ma dopo tutto questo e' possibile che sulla facciata del comune di Calalzo lo striscione dei maro sia ancora bello sventolante???? ribrezzo.
    E' la stessa identica cosa che mi sono detto anch'io ieri sera, passando per la piazza di Calalzo.
    NuovoCadore staff
    > matteogracis.it

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