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Discussione: Nuovo comprensorio Cadore-Civetta

  1. #851
    Senior Member L'avatar di sanvito25
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    Citazione Originariamente Scritto da bosk Visualizza Messaggio
    Vorrei proprio sapere cosa dichiarano adesso questi scienzati che affermano che la neve non ci sarà più al di sotto dei 2000 metri dal momento che a Forli, Rimini ecc ecc... c'è 1 metro di neve e ne aveva fatta anno scorso e l'anno prima.
    Beh Bosk, ti scrivo da Bologna, dunque letteralmente seppellito dalla neve.
    Sebbene la pedemontana emiliana sia spesso oggetto di intensi episodi nevosi, la nevicata di questi giorni è una cosa eccezionale, figlia di una configurazione barica davvero inusuale (non per niente i meteo appasionati già da 15 gg. annunciavano un fatto epocale tipo '29 o '56 o '85).

    ma non scrivo questo per contraddirti, al contrario: anche l'aridità dell'inverno 2011/12 sul nordest è un fatto davvero eccezionale, sul quale non si possono e non si devono basare statistiche e valutazioni.

  2. #852
    Senior Member L'avatar di bosk
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    Citazione Originariamente Scritto da sanvito25 Visualizza Messaggio
    Beh Bosk, ti scrivo da Bologna, dunque letteralmente seppellito dalla neve.
    Sebbene la pedemontana emiliana sia spesso oggetto di intensi episodi nevosi, la nevicata di questi giorni è una cosa eccezionale, figlia di una configurazione barica davvero inusuale (non per niente i meteo appasionati già da 15 gg. annunciavano un fatto epocale tipo '29 o '56 o '85).

    ma non scrivo questo per contraddirti, al contrario: anche l'aridità dell'inverno 2011/12 sul nordest è un fatto davvero eccezionale, sul quale non si possono e non si devono basare statistiche e valutazioni.
    No,no, anzi bravissimo, è proprio quello che volevo evidenziare, un fatto eccezzionale, la differenza secondo alcuni è che in romagna lo si chiama fatto eccezzionale, qua è l'inizio delle previsioni della carestia della neve.

  3. #853
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    Citazione Originariamente Scritto da bosk Visualizza Messaggio
    Vorrei proprio sapere cosa dichiarano adesso questi scienzati che affermano che la neve non ci sarà più al di sotto dei 2000 metri dal momento che a Forli, Rimini ecc ecc... c'è 1 metro di neve e ne aveva fatta anno scorso e l'anno prima.
    Anche qui a Milano (siamo 1900 metri al di sotto della soglia dei 2000) sono caduti almeno 30 cm. di neve. Poichè gli scienziati hanno sempre ragione, non vorrei che la colpa fosse mia, avendo fatto una propiziatoria danza della neve con il mio cagnolino, nel garage di casa, davanti a un poster del pelmo. Mah, forse è meglio che la prossima volta la danza della neve la faccio quando sono su a Borca.

  4. #854
    Senior Member L'avatar di bosk
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    Citazione Originariamente Scritto da egon Visualizza Messaggio
    Anche qui a Milano (siamo 1900 metri al di sotto della soglia dei 2000) sono caduti almeno 30 cm. di neve. Poichè gli scienziati hanno sempre ragione, non vorrei che la colpa fosse mia, avendo fatto una propiziatoria danza della neve con il mio cagnolino, nel garage di casa, davanti a un poster del pelmo. Mah, forse è meglio che la prossima volta la danza della neve la faccio quando sono su a Borca.
    Infatti, ma non dirlo troppo in giro, che non venga il comune a chiederti i danni per lo sgombero neve...

  5. #855

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    È stato decisamente interessante questo excursus sulle isobare. Tuttavia ritengo che non saranno neppure loro a darci un'indicazione sul futuro utilizzo degli impianti di innevamento e sull'oneroso dispendio di energia (e quindi di denaro) che essi rappresentano. E che ormai siano indispensabili per poter sciare ce lo dimostra il fatto che tutti gli impianti (o comunque la stragrande maggioranza) ne sono dotati e ne fanno frequente ricorso. E il frequente ricorso all'innevamento artificiale dovrebbe significare l'immediato e proporzionale aumento del prezzo dello skipass, cosa che - invece - non avviene. Gli impianti, quindi, vanno mediamente in rosso e la pubblica amministrazione paga la differenza del biglietto. È evidente che il passaggio non avviene in maniera così lineare, però i milioni di euro che vengono stanziati dalla Regione per questi impianti, dimostra soltanto che noi contribuenti paghiamo una parte delle risalite agli sciatori. Il che potrebbe anche essere accettato, se non fosse che da parte della pubblica amministrazione arrivano invece ben altri segnali. Segnali di mancanza di finanze, tali da portare - ad esempio - alla soppressione di molti treni indispensabili, invece, ai pendolari per recarsi al lavoro.
    Il documento dell'egregio avv. Paniz (che riferisce di quanti milioni siano spesi per gli impianti di risalita) mi ha ulteriormente dimostrato che in Italia le cose vanno male perché manca una capacità gestionale equa e basata sul benessere della collettività. Alla collettività non servono gli impianti di risalita moderni e potenti (e soprattutto non servono nuovi comprensori a risucchiare ulteriori finanziamenti pubblici), alla collettività servono i servizi primari. Alla collettività non serve finanziare società partecipate di immediata privatizzazione (abbiamo già fatto il nome della Scoter a titolo di esempio), alla collettività serve che la Pubblica Amministrazione abbia fondi a sufficienza per far funzionare la Sanità, la Scuola, i Trasporti, ecc.
    Ancora una volta mi sento di dover concludere un mio post con l'amara constatazione che "siamo in Italia" e difficilmente riusciremo ad alzare di nuovo la testa, non per mancanza di risorse, ma per mancanza di attitudine.

  6. #856
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    Citazione Originariamente Scritto da edradour Visualizza Messaggio
    È stato decisamente interessante questo excursus sulle isobare. Tuttavia ritengo che non saranno neppure loro a darci un'indicazione sul futuro utilizzo degli impianti di innevamento e sull'oneroso dispendio di energia (e quindi di denaro) che essi rappresentano. E che ormai siano indispensabili per poter sciare ce lo dimostra il fatto che tutti gli impianti (o comunque la stragrande maggioranza) ne sono dotati e ne fanno frequente ricorso. E il frequente ricorso all'innevamento artificiale dovrebbe significare l'immediato e proporzionale aumento del prezzo dello skipass, cosa che - invece - non avviene. Gli impianti, quindi, vanno mediamente in rosso e la pubblica amministrazione paga la differenza del biglietto. È evidente che il passaggio non avviene in maniera così lineare, però i milioni di euro che vengono stanziati dalla Regione per questi impianti, dimostra soltanto che noi contribuenti paghiamo una parte delle risalite agli sciatori. Il che potrebbe anche essere accettato, se non fosse che da parte della pubblica amministrazione arrivano invece ben altri segnali. Segnali di mancanza di finanze, tali da portare - ad esempio - alla soppressione di molti treni indispensabili, invece, ai pendolari per recarsi al lavoro.
    Il documento dell'egregio avv. Paniz (che riferisce di quanti milioni siano spesi per gli impianti di risalita) mi ha ulteriormente dimostrato che in Italia le cose vanno male perché manca una capacità gestionale equa e basata sul benessere della collettività. Alla collettività non servono gli impianti di risalita moderni e potenti (e soprattutto non servono nuovi comprensori a risucchiare ulteriori finanziamenti pubblici), alla collettività servono i servizi primari. Alla collettività non serve finanziare società partecipate di immediata privatizzazione (abbiamo già fatto il nome della Scoter a titolo di esempio), alla collettività serve che la Pubblica Amministrazione abbia fondi a sufficienza per far funzionare la Sanità, la Scuola, i Trasporti, ecc.
    Ancora una volta mi sento di dover concludere un mio post con l'amara constatazione che "siamo in Italia" e difficilmente riusciremo ad alzare di nuovo la testa, non per mancanza di risorse, ma per mancanza di attitudine.


    Non mi metto a contestare quello che hai detto, in parte hai ragione, ma se vogliamo stare a parlare di servizi primari, ad esempio la sanità che in teoria noi paghiamo questo servizio con le tasse, ma in reltà non è proprio cosi, nel senso, che per esempio ho chiamato 10 giorni fa per una visita reumatologica per mia mamma, sai quanto devo aspettare??? 14 mesi, e non solo per la reumatologia, un'altro esempio che ti faccio, ho chiamato per un'altra visita, tempo di attesa circa 5 mesi, però, magicamente pagando 110 euro 3 giorni dopo c'era posto, nello stesso ospedale dallo stesso medico, quindi possiamo stare a discutere fin che ti pare ma la realtà è che i servizi primari a cui ti riferisci, se paghi ci sono altrimenti fai a tempo di morire.

  7. #857

    Predefinito delirio...

    vi prego, andate tutti a leggervi le osservazioni al nuovo piano regolatore di San Vito che sono riusciti a partorire quelli del sito www.pelmo-mondeval.it!
    naturalmente l'argomento è il nuovo comprensorio Cadore-Civetta!
    Cose incredibili...

  8. #858
    Senior Member L'avatar di bosk
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    Aiuto....mi sarò rincoglionito ma non lo trovo.....

  9. #859
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    Citazione Originariamente Scritto da arams Visualizza Messaggio
    vi prego, andate tutti a leggervi le osservazioni al nuovo piano regolatore di San Vito che sono riusciti a partorire quelli del sito www.pelmo-mondeval.it!
    naturalmente l'argomento è il nuovo comprensorio Cadore-Civetta!
    Cose incredibili...
    Dal sito facebook del nuovo comprensorio, si riportano di seguito le osservazioni al PAT del gruppo Pelmo-Mondeval (Adolfo Barile, Andrea De Lotto, Aldo Menegus, Ercole Menegus, Lino Del Favero, Sabrina Menegus, Mauro De Vido, Andrea Menegus, Marco Pordon) pervenute in Comune di San Vito.

    10 marzo 2012 – Proposte per il miglioramento del P.A.T. (Piano di Assetto del Territorio) del Comune di San Vito di Cadore, elaborate dal gruppo Pelmo...-Mondeval.

    L’adozione di un nuovo strumento di gestione del territorio deve servire ad orientare in un modo diverso il passaggio non ancora del tutto concluso di San Vito da una società agro-silvo-pastorale storica a una società di montagna moderna compiuta in tutti i suoi aspetti. Ovvero deve contribuire a far convivere la complessità e la pluralità delle risorse sociali, economiche e culturali-paesaggistiche oggi riconosciute come essenziali. Negli ultimi decenni, infatti, questo passaggio è stato gestito da un sistema di sfruttamento dei suoli che, concentrando la sua azione nelle aree residenziali del fondovalle e procedendo con una violenza inarrestabile in un’unica direzione, ha inserito genericità all’interno di un sistema insediativo tipico della regione dolomitica e ha ignorato l’esistenza di un paesaggio culturale vasto e di elevato interesse. Questo epocale passaggio ha così assunto una valenza negativa e ha portato, in generale, a una cruda e netta separazione nel rapporto tra l’uomo e la preponderante geomorfologia nella quale è immerso e, di conseguenza, la sua storia, che su questo rapporto si basava.

    Perché questo passaggio possa essere corretto è allora assolutamente prioritario che il PAT prenda atto che il sistema insediativo storico complessivo della valle non può più essere un punto di riferimento, in quanto già irrimediabilmente compromesso, e che la realtà d’oggi si configura nella divisione netta dei suoi spazi: il fondovalle abitato, composto da un’artificialità totale, compatta e ininterrotta, e i restanti 9/10 del suo territorio, occupati da boschi sui versanti, praterie sulle alte quote e rocce. Su questo “stato delle cose”, il Piano di Assetto del Territorio deve poi individuare, senza riproporre contraddizioni o mezze misure che perpetuano ambiguità, ciò che regola oggi il rapporto tra queste due realtà diverse e opposte; deve cioè identificare, per ciascuna di esse, obiettivi, capacità, competenze e sensibilità diverse e coerenti, al fine di valorizzare quella complessità/pluralità accennata all’inizio ed evitare che gli errori del passato si espandano a tutto lo spazio, compromettendo la possibilità di recuperare e sviluppare, finalmente con criteri consoni al periodo storico e all’ambiente in cui ci troviamo, ciò che di specifico resta ancora all’esterno del centro abitato. Per esempio – sempre restando, vista la sede, su temi generali – facendo molta attenzione a non introdurre in maniera indifferenziata anche all’esterno del fondovalle soluzioni che richiedono metodi di sfruttamento della montagna legati all’uso di tecnologie materiali pesanti e impattanti, utili in passato, ma totalmente inadatte ad agire oggi in un ambiente naturale divenuto fragile di fronte all’uso di massa dei suoi spazi; e piuttosto concentrandosi, nei territori esterni al paese, verso la promozione e la realizzazione di uno sviluppo sostenibile e durevole sostanzialmente indirizzato al rispetto delle risorse naturali, alla tutela del paesaggio rurale montano e delle aree di importanza naturalistica e, di conseguenza, anche di valorizzazione delle identità storico-culturali. Insomma, verso un’economia, a medio/lungo termine, basata sull’uso prevalente di sistemi tecnico-culturali immateriali puliti, gli unici in grado oggi di affrontare i delicati meccanismi della natura e dotati, tra l’altro, di un elevato potenziale di sviluppo favorevole a questi scopi.

    Il testo proposto dall’Amministrazione comunale, invece, pur riportando, accanto a una serie di frasi preliminari astruse, l’elenco di tematiche culturali, sociali ed economiche note, spesso ovvie, ma del tutto condivisibili, mantiene, addirittura tra le righe destinate ad individuare le politiche di sviluppo sostenibile (pag. 26), l’utilizzo del Piano Neve (anche se accompagnato dall’ambigua precisazione “…Previa revisione…”), con le sue devastanti e anacronistiche conseguenze. È una scelta incomprensibile e inaccettabile per le seguenti ragioni:

    Riproporre il Piano Neve nel PAT equivale a non scegliere! Questa non-scelta scarica, di fatto, sulle spalle dei cittadini di San Vito il compito di decidere se adottare o no, su queste terre, criteri di sostenibilità ambientali reali e competenti. È evidente che ciò avverrà solo attraverso una lunga serie di compromessi e conflitti sociali prolungati nel tempo, che non garantiscono affatto soluzioni democratiche e all’altezza, in termini di qualità, delle aspettative.
    Gli strumenti di pianificazione territoriale sovraordinata PTCP e PTRC hanno già definito in modo chiaro ed inequivocabile la vocazione delle aeree “esterne” al fondovalle di San Vito di Cadore. L’introduzione del Piano Neve nel PAT contraddice quindi sia l’intero impianto del Piano, sia gli strumenti di pianificazione che, a varie scale, organizzano e indirizzano il territorio all’interno del quale San Vito si inserisce. Questi strumenti nascono da un’analisi articolata, anche se non conclusa (vanno definiti, ma non sono i soli approfondimenti mancanti in ambito geologico, naturalistico e archeologico, i piani di gestione di dette aree insieme agli altri Comuni o enti territorialmente competenti), elaborata negli ultimi decenni circa i valori storico-ambientali ritrovabili nell’area in discussione, e danno vita a un stretta maglia di conoscenze che ricopre pressoché tutta l’area. Tralasciando in questa sede le non secondarie criticità che questa scelta aprirebbe su quei territori, dovute ai noti problemi di approvigionamento idrico e di sicurezza valanghiva, risulterebbe veramente ridicolo che l’ultimo anello mancante, quello locale, teoricamente il più interessato alle “cose di casa”, ignorasse l’intero sistema di tutele/valori esistente proponendo di sconquassare tutto introducendo elementi totalmente estranei all’indirizzo che, da alcuni decenni, gli è stato dato dalla pianificazione sovraterritoriale; illudendosi di ottenere, magari proponendo “piani economici strategici” che per la loro attuazione richiedono mirabili soluzioni progettuali capaci di “sfruttare” i pochi “buchi vuoti” di questa rete, “la botte piena e la moglie ubriaca”.
    La durata del PAT è decennale. Non ha alcun senso quindi, visto il parere contrario espresso più volte su questo tema negli ultimi cinquant’anni dalla comunità locale, inserirlo in questa tornata. Simili prese di posizione della comunità locale non possono avere valore transitorio, anche perché svilirebbero completamente il ruolo di chi le ha sostenute. Tali scelte determinano, in una società sana e corretta, decisioni la cui durata ha valore temporale quantificabile, come minimo, a medio termine/lungo termine, oltre a contribuire a formare quella fondamentale componente della complessità moderna che è la profondità storica.
    Il territorio geografico del Comune di San Vito di Cadore possiede una particolarità unica e rara; rientra per i 9/10 in zone SIC o ZPS – ambito per l’istituzione del parco-riserva naturale regionale SIC IT3230017 MONTE PELMO MONDEVAL FORMIN – ambito per l’istituzione del parco-riserva naturale regionale ZPS IT3230081 ANTELAO MARMAROLE SORAPIS. Se San Vito decide di non proteggere quelli che universalmente vengono riconosciuti come alcuni tra i più affascinanti paesaggi delle Dolomiti significa che i beni culturali e paesaggistici italiani possono essere alterati per ragioni di solo mercato e che quindi, da quel momento, sono tutti a rischio. L’utilizzo del territorio non deve intaccare l’integrità del capitale natura, ma deve sfruttare gli interessi che esso genera.
    Decidere che l’applicazione rigorosa di uno sfruttamento sostenibile a quelli che universalmente vengono riconosciuti come alcuni tra i più affascinanti paesaggi delle Dolomiti non interessa alla comunità, significa anche dire che una parte della sua popolazione, che su questi temi, prioritari oggi su tutto il Pianeta, si sta formando, resterà esclusa, e quindi, di fatto, espulsa, dal processo di trasformazione del paese, per lasciare spazio, ancora una volta, a criteri e interessi obsoleti e corporativistici.
    Il Piano di Assetto del Territorio – Rapporto Ambientale Preliminare, nel paragrafo dedicato al Paesaggio e ai Beni Culturali (pag. 43) indica la “… carenza di studi…” riguardanti l’analisi del paesaggio a livello locale come un problema da risolvere per redigere adeguatamente la Carta della Trasformabilità, sulla base dei principi fondanti la Convenzione Europea del Paesaggio; facciamo tuttavia notare che la stessa Amministrazione Comunale attuale sta realizzando un censimento analitico georeferenziato delle tracce antropiche presenti sulle praterie storiche di questo territorio. Nonostante tutto ciò il PAT non fa riferimento a queste ricerche in corso, benché i loro risultati siano indispensabili per completare quella rete di conoscenze più volte accennata e poter quindi capire come impostare al meglio lo sviluppo sostenibile di questa parte del territorio comunale.
    Per tutti i motivi sopra elencati, ci sembra opportuno chiedere la sospensione dell’iter di elaborazione del PAT in attesa della realizzazione e della conclusione delle ricerche sopracitate e l’eliminazione del Piano Neve dal PAT".

    Non vorrei avere frainteso il discorso di alto spessore culturale degli amici di MW, ma temo di avere lasciato anch'io, quest'estate, delle tracce antropiche sul mondeval; non pensavo però che avrebbero avuto l'onore di un censimento analitico georeferenziato; impensabile poi che il PAT non vi facesse riferimento, nonostante le ricerche in corso, canticchiando "là nella valle, c'è un filo d'erba, sporco di m.., sporco di m....". Intanto il cadore si spopola, le industrie se ne vanno, i turisti anche ... Non ci resta che la coprologia, visto che siamo nella m....

  10. #860

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    Personalmente ritengo arduo, se non impossibile, esprimere un giudizio sulle osservazioni al PAT (qui sopra riportate), senza aver prima letto il PAT: qualcuno sa dirmi dove lo si può trovare?

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