Una nuova centrale idroelettrica sul Vajont?

A oltre sessant’anni dal disastro del Vajont, l’ipotesi di tornare a produrre energia idroelettrica proprio ai piedi della diga sta aprendo un nuovo e delicato confronto tra sviluppo energetico, ricadute economiche e memoria.
Il progetto è stato presentato dalla società Welly Red e prevede la costruzione di una centrale nel territorio di Erto e Casso, sfruttando l’acqua che già transita nella galleria di scarico del cosiddetto “lago residuo C”, formatosi dopo la frana del Monte Toc.
Il progetto: 12 milioni di euro e 13 GWh all’anno
Secondo la documentazione e le ricostruzioni pubblicate nei mesi scorsi, l’impianto avrebbe una potenza nominale di circa 1,8 megawatt e una produzione stimata superiore a 13 gigawattora all’anno. L’investimento previsto è nell’ordine dei 12 milioni di euro.
L’acqua verrebbe convogliata attraverso una condotta verticale verso una centrale realizzata prevalentemente in caverna, alla base della forra, per poi essere restituita al torrente. L’idea non è completamente nuova: un progetto per lo sfruttamento idroelettrico di queste acque era già stato ipotizzato negli anni Novanta senza arrivare alla realizzazione.
Il Vajont e una memoria che pesa su ogni scelta
È però il luogo a rendere questa iniziativa diversa da un normale progetto idroelettrico. La diga del Vajont è legata alla tragedia del 9 ottobre 1963, quando la frana del Monte Toc precipitò nel bacino e l’onda generata superò lo sbarramento, devastando Longarone e colpendo anche i paesi della valle.
Per questo ogni nuovo intervento nell’area assume inevitabilmente anche un significato storico e simbolico. Il confronto non riguarda soltanto l’impatto ambientale o la convenienza economica della centrale, ma il rapporto tra l’utilizzo contemporaneo del territorio e la memoria di ciò che accadde.
Posizioni diverse tra Erto e Casso e Longarone
Il progetto ha fatto emergere posizioni differenti sui due versanti del Vajont. Il sindaco di Erto e Casso ha espresso nei mesi scorsi un orientamento favorevole, indicando nelle possibili ricadute economiche e territoriali un’opportunità per una comunità montana che deve confrontarsi anche con lo spopolamento.
Da Longarone sono invece arrivate forti opposizioni. Per una parte della comunità e delle associazioni legate alla memoria del Vajont, il luogo della tragedia deve essere preservato da nuovi sfruttamenti economici. Altri residenti hanno mostrato posizioni più possibiliste, a condizione che l’opera produca un effettivo beneficio pubblico.
Il ricorso contro il via libera regionale
Il confronto è entrato ora anche sul piano amministrativo. L’associazione “Vajont – Il futuro della Memoria” ha annunciato un ricorso al TAR del Friuli Venezia Giulia contro il via libera regionale al progetto. Il Comune di Longarone e la Provincia di Belluno hanno scelto di partecipare con un ricorso ad adiuvandum.
Tra i temi sollevati dagli oppositori figurano la trasparenza dell’iter, le compensazioni previste, gli effetti dei lavori e la necessità di coinvolgere maggiormente le comunità interessate. Sul fronte favorevole viene invece sottolineata la possibilità di produrre energia rinnovabile attraverso opere in larga parte sotterranee e di generare risorse per il territorio.
Una questione che va oltre la centrale
La discussione mostra come il Vajont continui a essere un luogo nel quale passato e presente sono difficili da separare. Da una parte c’è la possibilità di utilizzare una risorsa idrica per produrre energia rinnovabile; dall’altra c’è un territorio che porta ancora i segni materiali e umani di una tragedia strettamente legata proprio allo sfruttamento idroelettrico della valle.
La domanda, quindi, non è soltanto se la nuova centrale sia tecnicamente realizzabile. Il nodo è capire quali interventi siano compatibili con il significato storico del Vajont e chi debba decidere il futuro di questi luoghi. Un confronto destinato a proseguire, mentre si avvicina il 63° anniversario del disastro.


